La Valle del Brenio, la Fabbrica del Cioccolato. Storie di vita e d’arte di ieri e di oggi.



La Fondazione Fabbrica del Cioccolato Cima Norma della Val del Brenio è uno di quei luoghi alla cui vista lo spettatore resta, almeno per un attimo, senza respiro talmente è intriso di storia umana, imprenditoriale e di vita vissuta. La Fabbrica del Cioccolato nasceva come Birreria San Salvatore, era il 1882. Diverse le sue successive destinazioni d’uso, fino al 1903 anno in cui diventa la Fabrique de Chocolat Cima e come tale traccia una parte della storia della Valle del Blenio, fino alla sua chiusura nel 1968.

Oggi la Fabbrica del Cioccolato, uno splendido esempio di archeologia industriale, parla il linguaggio della cultura e dell’arte contemporanea, come sempre in dialogo aperto con il territorio e gli abitanti della Valle.

 

ph Carola Merello

Courtesy of Oliver Ressler, Confronting Comfort’s Continent

 

Il 4 agosto inaugura Confronting Comfort’s Continent una antologica dedicata ai film dell’artista austriaco Oliver Ressler.

Ressler narra la storia di oggi, fatte di storie di vita e di vite, quella che in pochi hanno voglia di raccontare, perché difficile, non riassumibile nella notizia, che richiede studio, impegno, coraggio. Il lavoro di Ressler viene definito ‘arte politica’.

La direzione artistica della Fabbrica del Cioccolato è stata affidata a Franco Marinotti, imprenditore, collezionista, da sempre appassionato d’arte politica. Ressler e Marinotti si conoscono da tempo. Questa mostra è arrivata alla Fabbrica in modo quasi naturale.

Franco Marinotti ci ha raccontato come è andata.

La Fabbrica del Cioccolato. Tu con le fabbriche hai un’estrema confidenza. Sei un imprenditore, ma soprattutto vieni da una famiglia di imprenditori storici, la fabbrica è qualcosa che ti appartiene, che hai nel dna, così come l’arte.

Negli anni hai sostenuto numerosi progetti e con la Fabbrica del Cioccolato in qualche modo sei ritornato alla Fabbrica. Come nasce questo progetto?

Nel caso della Fondazione Fabbrica del Cioccolato la storia è un po’ diversa. Io non ho investito personalmente nel progetto, ma sono stato chiamato a dirigerlo in qualità di Direttore Artistico e Vice Presidente. Il progetto è sostenuto a due altre persone, Giovanni Casella Piazza e Stefano Dell’Orto.

L’idea è quello di iniziare dall’arte per riqualificare un luogo storico e agevolare importanti ricadute in termini di indotto per la Val di Blenio, un territorio che ha la necessità di ripensare la propria posizione nel contesto socio economico attuale sia a livello Cantonale che Federale.

 

Ricontestualizzarsi. Voi credete che un progetto culturale così come lo concepite possa diventare una risorsa economica e dare un’immagine rinnovata alla città?

L’arte di per sé ha questa funzione. Noi non lavoriamo come i musei, che possono ospitare opere nuove e storiche, ma agli artisti viene chiesto di fare riferimento al luogo, di capire quale è la sua storia e la sua realtà.

 

E la gente del luogo come viene coinvolta? Certo, tu lo sai bene che proporre un progetto sociale significa anche occuparsi di sociale…

In diversi modi. Per quanto riguarda la parte della gestione e quella amministrativa nella ricerca del personale ci siamo affidati a una agenzia locale che si occupa del reinserimento delle persone che avevano perso il lavoro, per le mostre ci affidiamo alle maestranze locali…tutto quello che è possibile fare qui lo facciamo qui.

 

Ma ritorniamo a te, a quando ti è stato proposto di fare il direttore artistico della Fabbrica, possiamo dire che conoscevi questo straordinario luogo, pregevole esempio di archeologia industriale, marcato ancora, come lo sono i luoghi di lavoro, le fabbriche, dalla presenza delle persone che nel tempo qui hanno lavorato…e non hai saputo resistere. Giusto?

I nuovi proprietari conoscevano i miei interessi e il lavoro che ho fatto nell’ambito dell’arte contemporanea e mi hanno proposto di diventare il direttore artistico.

La Fabbrica era già un luogo molto vivo di per sé.

La struttura centrale della Fabbrica è di 5.700 mq di cui la Fondazione possiede circa la metà dello spazio, il resto sono dei loft occupati da gente che vi abita, artisti, artigiani e, nel tempo, si è creata una vera e propria comunità artistica e non. L’altra parte della fabbrica è stata destinata a spazio espositivo e, per rispondere alla tua domanda, sì la storia di questo luogo è straordinaria e mi ha affascinato. Insieme al board abbiamo pensato che fosse il luogo giusto per lavorare sulla riqualificazione del comparto della Valle del Brenio.

 

Ancora una volta tu ti sei messo a disposizione dell’arte, ma con un altro ruolo, diverso da quello del collezionista che si mette a disposizione dell’arte?

Se vuoi….

 

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Courtesy of Oliver Ressler, Confronting Comfort’s Continent

 

Mi ricordo molto bene, in una nostra precedente intervista mi avevi fatto notare che tu non sei un collezionista ma ‘un collezionista che è a disposizione dell’arte’….

Negli anni ho fatto parecchi investimenti nell’arte. Ma c’è una distanza tra me e un collezionista tradizionale. Quando un progetto artistico mi interessava lo producevo. Il collezionista quando ama un lavoro lo compra. La differenza sta nel fatto che io ho speso ‘per’ l’arte. il mio impegno era finalizzato a rendere possibile il progetto di un artista. Il collezionista in genere spende per sé stesso.

 

E quindi, fisicamente, nel tempo, non ti resta niente, al massimo una proustiana memoria?

Mi resta il piacere di avere prodotto un lavoro, che è un piacere immateriale. Ti dirò una cosa, quando mi sono deciso a comperare un’opera d’arte, il piacere che mi dava l’opera veniva appagato nel momento in cui la comperavo e il possesso non era essenziale. Mi è successo di comperare delle opere e i galleristi sono stati costretti a sollecitarmi più volte per ritirarle.

Degli anni in cui aprii la galleria a Berlino (Play Gallery For Still and Motion Pictures), conservo il piacere di avere fatto le mostre che avevo voglia di fare, di avere parlato d’arte in modo non convenzionale (tra le mostre prodotte da Franco Marinotti, il progetto ‘Disobedience’ e “Do It Right” dedicata al lavoro dell’artista guatemalteco Anibal Lopez, ndr). Non ho venduto molte opere, non sono un art dealer”.

 

I rumors dicono che non volevi vendere….

I rumors … ma non mi ricordo dei rumors, a volte forse sono veri….Sì vendere non era una priorità, ormai possiamo dirlo.

 

La tua passione per l’arte è un’eredità di famiglia, no?

L’arte è da sempre una passione di famiglia. Mio padre Paolo è stato un grande collezionista. Ma non nel senso tradizionale del termine. Le opere che collezionava erano quasi tutti lavori di artisti che conosceva benissimo. Karel Appel (1921-2006) e Asger Jorn (1914-73) (Jorn, come Lucio Fontana, visse per diversi anni ad Albissola, in provincia di Savona, dove lavorava con le manifatture di ceramica, allora tra le più importanti d’Europa), il gruppo tedesco Gruppe Spur. Erano tutti artisti che passavano molto tempo a casa nostra. Stavano con noi a Milano a Venezia e sul lago di Como.

Mio padre collezionava per passione, non ha utilizzato le strutture economiche per fare soldi con l’arte.

Poi, certo gli artisti con cui ha avuto rapporti sono diventati famosi e le loro opere fortemente ricercate.

Ma erano tempi diversi. Allora quello dell’arte non era un mercato borsistico. A volte nei musei compero dei cataloghi e ritrovo delle opere che sono state fatte a casa mia. Mi ricordo come sono nate, i discorsi che hanno originato quel lavoro.

(nell’immediato secondo dopo guerra la famiglia Marinotti acquistò Palazzo Grassi a Venezia e Paolo Marinotti lo trasformò in un centro di esposizioni internazionale, appunto ‘il Centro delle Arti e del Costume’. Una parte del lavoro svolto dall’industriale a Palazzo Grassi è raccolto nel libro di Stefano Collicelli Cagol, ‘Venezia e la Vitalità del Contemporaneo’. Paolo Marinotti a Palazzo Grassi 1959-67, ndr)

 

Torniamo alla Fabbrica del Cioccolato, come Fondazione voi avete fatto diverse mostre. L’impatto con il pubblico?

Il riscontro è stato maggiore rispetto alle aspettative. La autentica verifica la faremo ora, capiremo se c’è davvero interesse o se era solo curiosità. La Valle sta reagendo bene. Quello che io sto cercando di fare è comunicare alle persone che abitano qui che questo è un progetto loro, un patrimonio della Valle.

 

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Courtesy of Oliver Ressler, Confronting Comfort’s Continent

 

La nuova rassegna è dedicata al lavoro di Oliver Ressler, un artista il cui lavoro è da sempre legato alle storie della gente, ma anche fortemente politico…

Oliver Ressler ha esposto in molte gallerie e in musei prestigiosissimi. Ressler è un attivista il suo è un lavoro sociale e politico molto raffinato. Ma anche una narrazione storica. Ressler documenta delle pagine inedite della storia di oggi.

 

Certo l’arte politica ha avuto un ruolo molto importante nella storia. In fondo anche una parte del lavoro di Picasso era politico…ti piace Picasso?

Sì e no. Una volta ho visto un film dove Picasso dipingeva con un pennello nero su un vetro aveva una forza espressiva mostruosa, non diceva una sola parola. Dipingeva. Non sono mai più riuscito a trovarlo quel filmato.

 

L’ultima domanda. Alla Fabbrica del Cioccolato avete spinto la riflessione sul concetto di ‘foreignness’, quindi?

E’ un termine inglese di cui non esiste un corrispondente in italiano, la parola giusta sarebbe estraneità, nel nostro caso viene inteso nell’accezione di sentirsi fuori contesto, di non appartenenza. Questo concetto è ben presente nel lavoro di Ressler.

Foreignness è pensato come un “festival delle arti”, analizza l’interazione dell’arte con il territorio inteso come patrimonio culturale, sociale, politico in divenire.

La Valle del Blenio nel tempo ha subito diversi mutamenti, talvolta anche a livello morfologico, legate alla vicende della Fabbrica e alla chiusura della Fabbrica che impiegava moltissime persone. Tante venivano qui da altri città e paesi per lavorare. I Bleniesi erano straordinariamente esperti nel fabbricare cioccolata e questa loro esperienza l’hanno portata in giro per il mondo. Le imprese cioccolatiere nel mondo sono state fondate dai Bleniesi.

Qui ritorniamo all’idea di estraneità, nel senso di portare qualcosa che appartiene alla tua storia fuori dal suo contesto. Anche questo è ‘foreignness.