Christo e Jeanne-Claude. The Floating Piers, sul Lago d’Iseo. La patron Umberta Beretta, ne parla con Christo.

Umberta Gniutti Beretta e Christo Umberta Gniutti Beretta e Christo

Dopo 40 anni Christo e Jeanne-Claude sono di nuovo in Italia con un lavoro concepito per il Lago d’Iseo. Un water project, titolato The Floating Piers o meglio una passeggiata di tre chilometri sulle acque del lago.

Un progetto a lungo meditato come ha fatto notare l’artista, a cui pensava “dagli anni ‘70”e che ha trovato la sua dimensione ideale sul Lago della provincia di Brescia. The Floating Piers, a differenza di altre opere, ha preso avvio in tempi brevissimi, grazie all’impegno delle autorità locali e alla mediazione di Franco e Umberta Beretta da tempo amici e collezionisti delle opere di Christo.

The Floating Piers è il settimo, in ordine di tempo, della serie di interventi che prevedono l’interazione con l’elemento acqua e che per Christo e Jean-Claude cominciano con Wrapped Coast a Sidney, Australia(1968-69). A questo seguirono Running Fence, Sonora and Marin Counties, in California (1972-76); Oceanfront, a Newport, Rhode Island (1974); The Pont Neuf Wrapped, a Parigi (1975-85); Sorrounded Islands, Biscayne Bay, Great Miami (1980-83); quindi Over the River, Project for the Arkansas River, in Colorado (1992).

Tutti i progetti e i relativi i disegni originali sono presentati nella mostra antologica, Christo and Jeanne-Claude. Water Projects , curata da Germano Celant e ospitata negli splendidi spazi del museo di Santa Giulia a Brescia.

Nella straordinaria storia dei lavori di Christo e Jeanne-Claude le persone hanno sempre avuto un ruolo determinante. Tra queste gli amici dell’artista, che, nel tempo e ognuno in maniera diversa, hanno dato il proprio fondamentale contributo alla creazione delle differenti opere nel mondo.

Umberta Gnutti Beretta con la sua mediazione e il suo lavoro è stata figura di primo piano nella realizzazione di The Floating Piers. Per la presentazione su artmarket-blogmag la cosa più naturale era dunque che fosse lei ad introdurre l’intervento sul lago con una conversazione con l’artista.

Il loro è un dialogo in totale libertà, dove i ricordi, il presente, la realtà oggettiva si mescolano in una sorta di flusso di coscienza per l’artista. La conversazione inizia nella suggestiva atmosfera dell’Isola di San Paolo da dove sono cominciati i lavori della costruzione dei ‘piers’. Accompagnati dal rumore delle onde dell’acqua che incontra lo scricchiolio dei pontili galleggianti che formano i piers, qui Christo e Umberta Gnutti Beretta, come due amici di vecchia data, trovano l’atmosfera perfetta per la loro chiacchierata.

 

Workers start to encircle the island of San Paolo with the first floating elements

Workers start to encircle the island of San Paolo with the first floating elements

 

Umberta Gnutti Beretta: la mia prima domanda è di carattere quasi personale. Tu hai realizzato molti progetti in diverse parti del mondo, sempre alla base del tuo lavoro c’è una parte progettuale e una parte tecnica, manuale per la realizzazione fisica del lavoro che coinvolge molte persone. Non ti è successo che qualcosa che non dipende necessariamente da te, ma da qualcun altro del team potesse non funzionare e creare degli intralci nei tempi e dei modi di realizzazione del progetto?

Christo: la tua domanda coglie appieno la complessità e l’unicità che sta dietro ai nostri progetti, che coinvolgono generi di competenze diverse, manuali e tecniche. Ogni nuovo lavoro che Jeanne-Claude e io pensiamo è un viaggio, una avventura. All’inizio non sappiamo come sarà realizzato. Una sue delle parti fondamentali riguarda la costruzione del team che dovrà costruirlo fisicamente, c’è poi la parte che riguarda le autorizzazioni delle diverse amministrazioni pubbliche. Una volta costruito il team ragioniamo sia in termini tecnici sia in termini estetici e dobbiamo trovare persone che capiscano quello che vogliamo fare e ognuna avrà un compito diverso, una propria specializzazione. Questo parte diventa un elemento fondamentale del puzzle, se una di queste figure manca crea un lack difficile da colmare.

Qui sul lago d’Iseo la squadra è composta dai ragazzi di una Accademia sportiva bulgara, hanno tutti competenze diverse. Guarda, mentre noi stiamo parlando il subacqueo si prepara per andare ad ancorare il pier al fondale del lago. Nel nostro lavoro le persone sono importantissime in ogni senso. Per rispondere alla tua domanda, certo sì ho il timore che qualcosa si intralci.

The Floating Piers era il progetto al quale Jeanne-Claude e io pensavamo dagli anni ’70 , ma non avevamo mai avuto modo di arrivare alla sua realizzazione. Ce l’abbiamo fatta grazie al vostro contributo. Lo stesso è stato a New York, ci aiutò Michael Bloomberg.

Quindi non solo nella fase tecnica, ma anche in quella progettuale c’è sempre una grande condivisione con persone diverse e tutte contribuiscono alla costruzione del progetto.

Pensa quando siamo arrivati qui, per la prima volta, non sapevamo come sarebbe stato The Floating Piers. L’idea di come sarà un progetto alla fine non è qualcosa che può essere determinata in studio poiché il lavoro in scala è diverso, da come sarà nella realtà.

I nostri progetti prevedono un ‘secret life test’, vanno testati e per The Floating Piers l’abbiamo fatto grazie al supporto di un amico che possiede una proprietà con un piccolo lago in Germania al confine con la Danimarca. Là abbiamo fatto la prima prova – one to one scale- dell’opera. Certo non con questi materiali che sono di qualità altissima, era una prova per avere un’idea di come avrebbe potuto essere.

 

UGB: lavori che coinvolgono molte persone…

C: questo come molti altri lavori non è una semplice opera d’arte, bensì qualcosa che ha a che fare con la pittura, con la scultura, qualcuno li ha definiti progetti architettonici, anche questo è vero. Qualche volta è successo che non fossero capiti perché non riducibili a una dimensione museale.

I nostri sono tutti progetti contestualizzati nello spazio, che entrano nello spazio e ne modificano il contesto e la percezione che noi abbiamo del contesto. Esattamente come amava dire Jean Claude, noi entriamo nello spazio, lo prendiamo a prestito.

Il nostro lavoro si intreccia con la vita della gente e l’emozione che vive lo spettatore è parte stessa dell’estetica del progetto.

The Floating Piers non è un film, è qualcosa di vivo con cui la gente ha un contatto fisico, sono oltre tre km di percorso sull’acqua, dove può camminare sui piers e, attraverso questi galleggianti, essi percepiscono fisicamente il movimento dell’acqua.

 

At the headquarters in Montecolino, construction workers assemble the piers

At the headquarters in Montecolino, construction workers assemble the piers

 

UGB: come ci hai spiegato tu il tuo lavoro prevede una parte teorica, progettuale in studio e una di creazione vera e propria del lavoro. Da un punto di vista personale, emotivo, quale è quella che ti coinvolge di più?

C: sì, tutti i nostri progetti hanno una fase software e una fase hardware. Nella fase software, il lavoro esiste solo nella mia testa, a volte nasceva da un’idea di Jeanne-Claude, a volte era una mia idea, ed è in questa fase che l’opera comincia ad assumere una propria identità. In alcuni casi la fase software dura molto tempo, come nel caso del Reichstag, dove l’assenza dei permessi da parte delle autorità non permetteva di andare oltre. Quindi il progetto veniva ripensato, ristudiato, ridisegnato, esisteva nella testa e sulla carta. Ripensarlo in momenti e periodo diversi genera emozioni. Dopo 24 anni i permessi da parte delle autorità sono arrivati e quindi è cominciata la fase della realizzazione, quella in cui abbiamo avuto a che fare con lo spazio, con le condizioni atmosferiche, il sole, il vento, la pioggia, in questa fase le emozioni sono molte, ma sono diverse, con coinvolgimenti differenti.

Per The Floating Piers, come è succede per altre nostre opere, all’inizio non sapevamo come sarebbe stato il progetto finale. Lo sapevamo sulla carta, ma poi ogni lavoro, nella fase di realizzazione, sviluppa una propria identità.

Tutti i nostri lavori sono in relazione con lo spazio urbano o naturale. Nella fase software, organizzata in studio, possiamo solo immaginare come il progetto reagirà con il contesto. Adesso noi siamo qui sul lago d’Iseo e sotto i nostri piedi sentiamo chiaramente il movimento dell’acqua, è una sensazione che potevamo solo immaginare, durante la progettazione in studio. Questo genera un’emozione. Ora i tecnici (qui si può scrivere ragazzi…scegliete la definizione) stanno attaccando una parte del ‘pier’ che dal perimetro dell’isola raggiunge la riva del lago…questa è un’altra emozione. Quando siamo venuti qui, per la prima volta, insieme a voi, a vedere il Lago d’Iseo è stata una emozione grandissima. Non so se ho risposto alla tua domanda, posso dirti che la vera opera d’arte, che genera emozioni, è il lavoro che stiamo facendo qui, quando vedi l’opera crescere e non i 15 giorno di presentazione finale del lavoro. 

 

UGB: Cosa rende secondo te un progetto particolarmente di successo?

C: in 50 anni Jean-Claude e io abbiamo realizzato 22 progetti e 27 sono stati rifiutati.

A volte mi dicono, ‘come 22 progetti in tutti questi anni di lavoro’, allora penso che l’art milieu non abbia idea di cosa significhi realizzarne uno di questa portata. Il successo inteso se un’opera piace o no alle persone non è misurabile, invece è definibile il numero di persone che visita il progetto. A Berlino per il Reichstag sono arrivate milioni di persone. In Giappone con il lavoro The Umbrellas fu incredibile, la gente vi si recava per fare il pic-nic, fu molto vissuto, mentre facevano il pic nic le persone si toglievano le scarpe, come fanno a casa loro, significa che tra il pubblico e il lavoro si era creata una grande confidenza.

La gente, nelle differenti parti del mondo si è relazionata con i nostri lavori in modo diverso e in assoluta libertà, poi non c’è nemmeno un biglietto da pagare, sono assolutamente fruibili. Tutti questi elementi insieme ne determinano il successo? Forse. Ma quale sia quello più di successo non so dirtelo.

 

A diver connects a rope to one of the anchors on the lakebed to keep the piers in place

A diver connects a rope to one of the anchors on the lakebed to keep the piers in place

 

UGB: Adesso ti faccio una domanda difficile. Ti dico tre parole che per me hanno un profondo significato legato la tuo lavoro…

C: Una domanda poetica?

 

UGB: la prima parola è love/passion. La seconda Dream. La terza happiness.

C: Possiamo metterle tutte insieme. Quando realizzi un progetto come artista e come essere umano questi tre elementi si fondono.

 

UGB: E riguardo la parola ‘Dream’?

C: E’ una giusta domanda, a volte la gente pensa che io abbia dei sogni rispetto ai miei lavori. Ma non è così. Può sembrare strano, anche se molte delle nostre opere non siamo riusciti a realizzarle, quando rifletto su un progetto lo penso come qualcosa di realizzabile, non in termini di sogno. Perché in fondo ognuno di essi è estremamente semplice…

 

(Editor’s note: tutti i lavori di Christo e Jeanne Claude sono totalmente finanziati dall’artista attraverso la vendita dei disegni del progetto).

Tutte le immagini sono courtesy of Christo e Jeanne-Claude (www.christojeanneclaude.net)

 

Christo and Jeanne-Claude, The Floating Piers. Lago d’Iseo. Sulzano, Monte Isola, Isola di San Paolo.

18 Giugno – 3 Luglio, 2016

www.christojeanneclaude.net

 

Christo e Jean Claude. Water Projects.

Museo di Santa Giulia. Brescia

www.bresciamusei.com

 

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