Issue 7, Dubai. Art Week - ita

Dubai Modern. La Modernité,
des autres, Retrouvée.

11 marzo 2017
Abdelkader Guermaz, Dunes Perverses 1978 – Oil on canvas, 161×129 cm – Courtesy Elmarsa

La modernità extra occidentale rimane ancora oggi un territorio in parte inesplorato. Un contributo del tutto teorico lo aveva dato nel 2007 Roger Buergel curatore di Documenta 12, che scelse di partire con la costruzione di Documenta con una serie di domande per sé e il pubblico. La prima era ‘Is Modernity our Antiquity?’
Così posta, essa sottintendeva il senso storiografico della Modernità, ma nel proseguo le domande diventarono sempre più complesse e numerose, fino a chiedersi ‘What Modernity?” dunque, in che misura le istanze culturali occidentali avevano influenzato le modernità extra occidentali?

Aly Ben Salem, Dancing women, Circa 1950s, Gouache on paper – 76×55 cm, Courtesy ElmarsaE se ancora oggi le istituzioni hanno un debito nei confronti delle modernità extra occidentali, chi invece se ne è occupato e continua ad occuparsene in maniera esaustiva è il mercato. Le gallerie, le fiere e le aste.
Art Dubai ha certamente un grande merito in questo senso. Da diversi anni la fiera allestisce una sezione Moderna, con proposte di altissimo livello e opere da collezione museale.
Ogni singolo booth narra una storia. In questo modo Dubai Modern prende la forma di un piccolo, prezioso manuale di storia dell’arte.
La galleria londinese Grosvenor Gallery, quest’anno, presenta un solo show dedicato al lavoro dell’artista indiano Sayed Haider Raza (1922-2016).
Raza è stato uno degli artisti moderni indiani più noti. Le sue opere, già nella seconda metà del ‘900, erano parte di importanti collezioni americane, quali la Fuller Collection, June and John Lewis Collection, Weisblat Collection, Guyer Family Collection.

Raza, Bindu-Germination, 1986 – courtesy of Grosvenor Gallery

Raza, quando nel 1947 fondò insieme a M.H. Husain, K.H. Ara, F. N. Souza, il Bombay Progressive Artists’ Group, il primo movimento Moderno indiano, era un artista di grande fama in India. Alla metà degli anni ’50 si trasferì in Francia e lì rimase per oltre trent’anni. Scelse Parigi come città dove abitare. Visse a contatto con i maestri delle avanguardie artistiche internazionali, in parte si nutrì delle istanze moderne occidentali, ma rimase sempre legato alla propria cultura di indiano musulmano. Nel booth di Grosvenor Gallery sono presenti alcuni suoi lavori emblematici tra cui una tela (Germination Bindu) della serie Bindu, realizzata a partire dagli anni ’70, periodo in cui Raza dava vita a una nuova ricerca sull’arte astratta. Bindu traslato è la germinazione. Un punto, una sorgente di energia, dalla quale l’artista riparte dopo una profonda riflessione come uomo e come artista, ma soprattutto Binda nella sua pittura diventa patrimonio del genere umano.

Sempre in tema di Modernità Indiana, la narrazione, condotta su un parallelo differente, continua nello stand di DAG Modern in cui sono presenti la tele degli artisti G.R. Santosh (1929 – 1997) e Biren De
Come artisti furono eccezionali colourists. Entrambi influenzati dal cubismo lavorarono in perfetta sintonia con i modelli proposti dalla cultura moderna internazionale. La loro pratica artistica faticava però a staccarsi dai temi proposti dalla tradizione indigena indiana e dalla cultura del Tantra. Santosh amava la narrazione e le sue tele furono il medium perfetto per raccontare le storie di vita del suo nativo Kashmir. Biren De per anni dipinse la gente, la vita dell’India a lui contemporanea, declinando poi verso il Tantra e l’adozione di una figurazione olistica.

Negli anni a Dubai Modern ha trovato spazio adeguato la Moderintà Africana. Ayo Adeyinka, direttore della londinese Tafeta Gallery, già in una precedente edizione aveva presentato al pubblico le opere di uno degli artisti Nigeriani Moderni più noti, Bruce Onobrakpeya (1932). Le sue sculture lignee conquistarono il pubblico in fiera, così come poco prima avevano conquistato i collezionisti delle aste londinesi e di Arthouse in Nigeria. Tafeta ritorna con una selezione di opere di Muraina Oylami (1940) e Ben Osawe (1930) autori la cui fama è legata alla Oshogbo School nata in Nigeria, tra il 1960 e il 1970. Entrambi furono fortemente influenzati dalla Modernità Occidentale. Ben Osawe si formò alla Camberwell School of Arts and Crafts in Inghilterra, ma vantava già una ascendenza artistica, il padre era uno scultore. Osawe è egli stesso scultore, ma anche uno straordinario disegnatore.

Muraina Oyelami, Sango Festival, courtesy of Tafeta Gallery

Muraina Oyelami a Oshogbo lavorò a contatto con molti ‘expatriats’ occidentali, che in Nigeria avevano fatto base. Ulli Beier professore all’Univerisità Ibadan, Jean Kennedy Walford, signora americana, che a Lagos aprì, sul modello occidentale, uno dei primi salotti dove artisti e collezionisti si incontravano per discutere di arte e cultura, non solo africana, ma internazionale. Oyelami lavorò profondamente sulla base di un doppio modello stilistico/pittorico – africano e occidentale – ma mantenendo sempre salde le basi della sua africanità. I rumors dicono che, sempre completamente immerso nella sua profonda e continua ricerca, Oyelami distruggesse le tele che non riteneva completamente riuscite.

La galleria di Tunisi e Dubai Elmarsa introduce alla modernità Nord Africana attraverso le opere pittoriche del pittore tunisino Aly Ben Salem (1910 – 2001) e dell’artista algerino Abdelkader Guermaz (1919 – 1996). La loro storia artistica prende forma in un ambito culturale caratterizzato da una doppia valenza di influenze: quella del proprio paese e quella coloniale francese. Se per entrambi la volontà, alla fine della colonizzazione, è quella mediare rispetto alla cultura occidentale, nella realtà ne resteranno sempre intrisi. Salem con la sua figurazione forte, Guermaz con una dedizione totale all’astrazione.

Aly Ben Salem, Dancing women, Circa 1950s, Gouache on paper – 76×55 cm, Courtesy Elmarsa

Ad indagare la storia dell’arte moderna dell’Iran si rischia di perdersi. Gli artisti, molti della diaspora, hanno viaggiato nel mondo per formarsi e lavorare. Un esempio emblematico, le opere del maestro Parviz Tanavoli. Scultore, classe 1937, studiò e poi insegnò all’Accademia di Brera di Milano alla fine degli anni ’50. In quel periodo a Milano, lavorava Fontana, solo per citarne qualcuno. Le opere di Tanavoli oltre ad essere parte delle collezioni permanenti di molti musei internazionali, sono anche top lot in asta.
Ad Art Dubai, Aria Gallery di Teheran ha scelto di presentare le opere di Garnik Der Hacopian (1944) e Sonia Balassanian (1942) due artisti iraniani di origine armena.
Hacopian è stato una figura estremamente presente nel costruire la modernità del proprio paese. Artista affermato, all’apice della sua carriera, scelse di lavorare in solitudine e non esporre le sue opere. E’ ritornato al pubblico nel 2016 proprio con una mostra da Aria Gallery. A Dubai Modern la galleria propone un set di opere datate fine anni ’80, molte su legno, astratte, dove l’artista sperimentava un dialogo effimero, quotidiano, con la realtà, ma soprattutto con la natura.
A differenza di molti altri paesi il Medio Oriente vanta un eccezionale numero di artiste donne. Moltissime affermate. Sonia Balassanian è tra queste. Pittrice scultrice, da sempre predilige il modello astratto della rappresentazione. In mostra, nel booth i suoi lavori datati anni. ’70.
Difficile in un semplice articolo riassumere le molte storie dell’arte narrate a Dubai Modern. Meglio considerarlo come l’incipt di un manuale di storia dell’arte che deve essere ancora in molte sue parti scritta.