Issue 1, We are Asia

Art Fair. Art Stage Singapore.
In dialogo: Lorenzo Rudolf

18 gennaio 2016
Lorenzo Rudolf - Courtesy Art Stage Singapore Lorenzo Rudolf – Courtesy Art Stage Singapore

L’incontro di Lorenzo Rudolf con Singapore risale alla metà degli anni ’90. Allora gli chiesero di visitare il paese per valutare la possibilità di organizzare una fiera internazionale. “La realtà economica era buona, ma non abbastanza matura per accogliere una fiera d’arte. Soprattutto il mercato dell’arte non era ancora pronto”, spiega. Una storia che restò sospesa per oltre un decennio e prese forma nel 2011 con la prima edizione di Art Stage Singapore. Lorenzo Rudolf presidente e direttore di Art Stage ci ha raccontato come è andata in questi anni.

 

La nostra prima intervista risale a tre anni fa. Art Stage Singapore era una giovane fiera. Oggi è una realtà matura e very established .

In quell’incontro, mi disse che quando organizzi una fiera non basta realizzare una ‘buona fiera’, bisogna creare un ‘brand’ con una valenza internazionale. Con Art Stage crede di esserci riuscito o manca ancora qualcosa?

Quando siamo arrivati qui a Singapore sei anni fa, l’interesse del paese per l’arte contemporanea era ancora molto limitato. Ci siamo resi subito conto che non bastava organizzare una fiera, ma serviva un progetto più ampio capace di coinvolgente istituzioni, collezionisti, pubblico.

Così è nata l’Art Week di Art Stage che con i suoi eventi ha fornito alla fiera un ulteriore energia e creato sinergie con la città.

Art Stage ha giocato un ruolo importante anche a livello di istituzioni internazionali. La fiera ha saputo catalizzare l’attenzione non solo dei collezionisti internazionali, ma anche delle istituzioni internazionali. Oggi i grandi musei guardano anche alla produzione del Sud Est Asiatico con curiosità ed interesse. Tate, Guggenheim, ma anche i musei australiani, hanno iniziato a acquisire opere di artisti del Sul Est Asiatico per le loro collezioni permanenti.

La fiera ha saputo catalizzare l’attenzione non solo dei collezionisti internazionali, ma anche delle istituzioni internazionali. Oggi i grandi musei guardano anche alla produzione del Sud Est Asiatico con curiosità ed interesse.Lorenzo Rudolf

In questi anni i musei di Singapore – Singapore Art Museum, Center for Contemporary Art e National Gallery – di cui prima si sentiva poco parlare hanno incrementato i loro programmi e sono diventati un importante supporto per l’arte contemporanea asiatica e per Art Stage.

Nel 2012 è nato anche il distretto delle gallerie, Gillman Barracks che ospita sia gallerie asiatiche che internazionali.

In Asia, oggi, ci sono moltissime fiere nazionali e locali. Un fenomeno che si era manifestato in Europa e in America tra gli anni ’80 e ’90. Quindi un panorama diviso in due, dove alcune fiere sono diventate globali, altre sono rimasti eventi nazionali. Le sole due fiere internazionali sono Art Stage e Art Basel Hong Kong.

Poco tempo fa il Financial Times ha pubblicato una mappa di luoghi top nel mondo e tra questi aveva indicato Singapore in riferimento a Art Stage. Intorno alla fiera sono cresciute una serie di attività legate all’arte, alla cultura contemporanea asiatica e al luxury. Questo fa di Art Stage un brand? Direi di sì. Non dimentichiamo anche che Singapore è una delle più importante piazze finanziarie in Asia.

DONNA ONG - Letters From a Forest

DONNA ONG – Letters From a Forest
2014, mixed media,
160x100x150cm
Image courtesy of Primo Marella Gallery

Quindi la fiera è un progetto che ha coinvolto parte del processo di sviluppo dell’intera regione?

È così. È una esperienza coinvolgente.

 

Nella precedente intervista mi ha detto che l’Asia è formata da molte ‘isole’ e che la conoscenza della cultura (nel nostro caso dell’arte) tra i diversi paesi asiatici è non è sempre evidente, si conoscono poco e vi è poco scambio. La fiera è riuscita a creare un bridge tra la produzione artistica dei diversi paesi?

Per questo ci vuole tempo. È una storia in progress, ma abbiamo fatto grandi passi in avanti.

Non va dimenticato che ad eccezione di Giappone, Taiwan e della Korea, paesi che durante la guerra fredda hanno seguito uno lo sviluppo culturale parallelo a quello dell’Occidente e che ha permesso loro di essere presenti sullo scacchiere internazionale, quasi tutti gli altri paesi del Sud Est Asiatico sono emergenti in termini di arte contemporanea.

Questo non significa che non ci fossero artisti moderni o contemporanei, quello che mancava era un sistema dell’arte capace di fare emergere le istanze artistiche e culturali di quello che già c’era quello che succedeva, offrire loro uno sbocco sia a livello culturale che di mercato.

 

La fiera ha creato una sorta di osmosi?

Se vuoi, in un certo senso sì. Parliamo di mercato. Nelle prime edizioni avevamo notato che i collezionisti dei diversi paesi comperavano quello che conoscevano meglio, le opere degli artisti dei loro paesi. Nel tempo abbiamo visto che le cose sono cambiate. Ad esempio, i collezionisti Indonesiani comperano opere di artisti tailandesi o cinesi o meglio le opere che sentono più vicino alla loro sensibilità, indipendentemente dalla nazionalità dell’artista e questo succede anche per i collezionisti di altri paesi.

In fiera abbiamo creato il Collectors’ Club, un spazio dove i collezionisti si incontrano, si conoscono e scambiano idee. Devi sapere che le persone asiatiche sono più riservate rispetto agli europei o agli americani. Ci voleva qualcuno che li mettesse insieme, che fosse capace di avviare delle connessioni.

Step by step stiamo cambiando l’approccio non solo dei collezionisti, ma anche quello delle istituzioni. Anche Art Basel Hong Kong lavora su questo modello educativo e di conoscenza. Certo non siamo ancora una scena aperta come quella occidentale, ma lavoriamo per andare in quella direzione.

DAVID CHAN, Garden of earthly delights 175x320, 2013 Image courtesy of Art Seasons

DAVID CHAN, Garden of earthly delights
175×320, 2013
Image courtesy of Art Seasons

Parliamo delle gallerie. Nelle prime edizioni di Art Stage erano soprattutto asiatiche. Oggi le gallerie sono in buon numero internazionali?

È sempre un po’ lo stesso discorso. Art Stage si sta affermando, ma la domanda giusta è “dove vogliamo andare?”

 

Ok. Dove volete andare?

Per usare il linguaggio del marketing, la fiera deve essere un brand asiatico. Per raggiungere questo obiettivo deve avere una chiara identità. Art Stage Singapore deve essere una fiera asiatica, che rappresenta l’Asia, che sostiene l’Asia, che dà alle gallerie asiatiche la chance di farsi conoscere a livello internazionale. Sin dall’inizio abbiamo deciso che il 75% delle gallerie che partecipano alla fiera dovevano essere asiatiche. E così è ancora oggi. È un modello che non intendiamo cambiare.

La fiera deve essere un brand asiatico. Per raggiungere questo obiettivo deve avere una chiara identità. Art Stage Singapore deve essere una fiera asiatica, che rappresenta l’Asia, che sostiene l’Asia.Lorenzo Rudolf

Questo scelta ci distingue da Art Basel Hong Kong che è una fiera globale, con un altissima presenza di gallerie occidentali. La domanda che mi rivolgono di frequente è: “come gestisco la concorrenza con Art Basel Hong Kong?”.

Art Stage e Art Basel Hong Kong non sono in concorrenza. Entrambe qui in Asia creano una sorta di complementarietà. Quindi, se vuoi, quello che noi facciamo è anche nell’interesse di Art Basel Hong Kong e viceversa.

 

Sempre nella precedente intervista, Lei mi diceva che l’arte del Sud Est Asiatico sarebbe diventa un brand del mercato internazionale. Quale è l’artista ‘brand’ che i collezionisti avrebbero dovuto comperare sei anni fa?

Ce ne sono parecchi! Facciamo riferimento a due paesi, che sono impegnati nello sviluppo dell’arte contemporanea: l’Indonesia e le Filippine. In Indonesia certamente Entang Wiharso e Handiwirman. Wiharso oggi ha uno studio a New York e uno in Indonesia e lavora tra i due mondi.

Nelle Filippine l’artista top sul mercato è Ronald Ventura, da tenere d’occhio anche il giovane Jigger Cruz.

 

Ricerca, stand curati, una visione museale (storico artistica). È questo il modello che Lei persegue per Art Stage?

Oggi è fuori di dubbio che, soprattutto in Asia, è il mercato che forgia gli artisti. La dominante del mercato apre a un pubblico molto più ampio, è una sorta di democratizzazione dell’arte. Ma è fondamentale trovare un equilibro tra mercato e contenuto dell’opera. La fiera deve essere un luogo dove è presentata arte di qualità, dove si creano e si incontrano visioni e modi di pensare. Sui contenuti ad Art Stage abbiamo lavorato molto, con progetti site specific. Per l’edizione 2016 abbiamo dato via anche al Southeast Asia Forum, titolato Seismograph: Sensing the City – Art In the Urban Age. l’idea del forum è mutuata dal modello storico antico: un luogo pubblico d’incontro dove scambiarsi sì le merci, ma anche le idee. Il tema centrale è quello della città di oggi e del futuro.

(Seismograph: Sensing the City – Art In the Urban Age) è diviso in due sezioni: I talks e una espositiva).

 

www.artstagesingapore.com

21-24 Gennaio 2016