Issue 7, Dubai. Art Week - ita

Alserkal Avenue,
il cultural hub di Dubai

11 marzo 2017


Il mio primo incontro con Alserkal Avenue data 2011. Era il mese di Marzo. Ero a Dubai per seguire Art Dubai, la fiera. Tutto era nuovo per me là. Di Alserkal Avenue sapevo poco. Volevo visitare alcune gallerie, ma soprattutto il Salsali Private Museum. Presi un taxi. Durante il tragitto chiacchierai con il taxista pakistano, mi raccontò che aveva parenti in Italia, vicino a Venezia, ma non ci era mai stato. Mi chiese cosa andavo a fare là, chiarendo che Al Quoz, dove è situata Alserkal Avenue, era un’area industriale. Gli risposi che volevo visitare un museo. Non disse nulla. Mi lasciò al bordo della strada augurandomi una buona giornata.
All’ingresso dell’Avenue, dalle warehouses che formavano diverse allee, arrivava un rumore di strumenti meccanici. Allora una parte degli spazi ospitavano differenti atéliers industriali.
Il Salsali Museum – il solo museo di arte contemporanea a Dubai – si trovava all’inizio dell’allea centrale. In mostra vi erano le opere della collezione privata di Ramin Salsali. Quasi tutte di artisti iraniani o comunque medio orientali. Avevo poca confidenza con quei nomi e con quelle opere. Quello che avevo imparato riguardo il lavoro degli artisti medio orientali moderni lo dovevo al mercato, alle aste di Christie’s a Dubai.
Per il contemporaneo, invece ci aveva pensato la Biennale di Venezia in parte a istruirci come pubblico internazionale.

Concrete, by OMA, 2017, courtesy of Alserkal Avenue

Le gallerie erano ancora poche, Ayyam, che a quei tempi aveva anche una sede a Damasco. Carbon 12, Isabella van den Einde, la gallerista di Hassan Sharif (Dubai 1951-2016), il maestro, l’artista pioniere dell’arte concettuale nella UAE. Negli negli anni ’80 del ‘900, Sharif diede vita alla ‘Emirate Fine Art Society’, la componente critica di riferimento per l’arte contemporanea nella UAE –( a critical component in the foundation of the UAE contemporary art scene).  Girovagai un po’, non sapevo bene cosa fare là. C’era un gran movimento. Lasciando Alserkal Avenue la sensazione che mi portai dietro, era che se fossi ritornata l’anno successivo non lo avrei trovato così.
Mi chiamarono un taxi. Mentre salivo notai che i miei piedi, nei sandali Rossetti, erano coperti di polvere.

Concrete, by OMA, 2017, courtesy of Alserkal Avenue

Ad Alserkal Avenue sono tornata ogni anno. E, ogni anno ci passavo sempre più tempo. Li ho scoperto e ho incontrato artisti straordinari, Reza Derakshani, Imran Qureshi, Nazgol Ansarinia. Per una europea, al contrario di Dubai, città che ci appare sempre un po’ artificiosa come modello, Alserkal Avenue, invece, è un luogo di scambio, con il quale si entra immediatamente in confidenza.

L’Avenue ha una storia giovane, nasceva di fatto nel 2007, per volontà di Abdelmonem Bin Eisa Alserkal, che scelse di destinare una parte dell’area industriale, di proprietà della sua famiglia, a hub culturale e dare così una risposta concreta all’assenza di spazi culturali a Dubai. In un decennio l’Avenue ha attivato un ecosystem culturale che non ha eguali nella UAE.

Concrete, by OMA, 2017, courtesy of Alserkal Avenue

Oggi, nell’ex quadrilatero industriale i nomi più importanti dell’arte moderna e contemporanea occidentale incontrano i loro omologhi Medio Orientali, in una storia che ormai sembra non avere fine. Gli spazi sono sempre più griffati. La warehouse della Jean Paul Najar Foundation porta la firma dello studio Marcel Brauer & Associates. La cifra artistica della Fondazione riguarda l’arte occidentale dagli anni ’60 ai ’90.
La gallerista newyorkese Leila Heller ha scelto l’Avenue per aprire la galleria più grande della UAE. Qui ha presentato i suoi top artisti, tra cui Ghada Amer e Tony Cragg.
Third Line, la prima galleria nata a Dubai, l’abbiamo ritrovata nell’Avenue, con mostre straordinarie come quella dedicata al lavoro di Monir S. Farmanfarmaia o dell’artista Tarek Al Ghoussein.
La percezione, sempre più netta, è quella che l’Avenue sia ormai una frontiera per l’arte. Showcase Gallery ha proposto Ukama, una mostra raccolta attorno alle contemporanee sculture in pietra degli Shona people dello Zimbabwe. Camminando tra le allee, si incontrano ‘Les Arches’ di metallo di Bernar Venet appoggiate con una certa non chalance all’esterno della Custot gallery. Il ricordo va immediatamente alle sue installazioni poste sulla Promende e nei giardini di Nice. Da Custot si possono anche vedere le opere astratte di Nicolas De Stael, le cui tele in asta quotano vari milioni di dollari o le ‘Poured Lines’ di Ian Davenport così come Josef Albers. O le tele del pittore moderno Chu Teh Chun, artista cinese della diaspora, considerato, insieme a Zao Wou-Ki, uno dei grandi maestri dell’arte astratta del ‘900. Entrambi sono membri dell’Académie des Beaux-Arts francese. Le loro opere sono contese a colpi di bid nelle aste di Impressionismo e moderno internazionale.

Concrete, by OMA, 2017, courtesy of Alserkal Avenue

Che l’Avenue fosse in una costante fase di trasformazione lo sapevamo dal 2012, quando Abdelmonem Alserkal annunciò un investimento di 40 Milioni di $ per un progetto di expansion. Dalle fondamenta di diverse warehouses ha preso forma ‘Concrete’ un pavilion firmato OMA, lo studio di Rem Koolhaas.
‘Concrete’, mi spiegano, non funzionerà come un museo, ma come uno spazio polivalente per le arti e la cultura. Mr. Alserkal chiarisce che la direzione futura di Alserkal Avenue è il no profit. Non mi sorprende.

La mostra inaugurale di ‘Concrete’ è titolata Syria: into the Light ed è dedicata al lavoro degli artisti moderni e contemporanei siriani, raccolta attorno alle opere della Atassi Foundation. Tra i nomi storici quelli dei maestri moderni Fateh Moudarres (1922-99), Louy Kayyali (1934-78), artisti che, diversamente della gran parte degli autori Medio Orientali che si formarono a Parigi, scelsero L’Accademia di Belle Arti di Roma, per studiare. Era la seconda metà degli anni ’50. Allora a Roma lavorano Fontana, Burri, Uncini, Mimmo Rotella.
Prima di lasciare Alserkal Avenue non posso non passare dalla warehouse di El Seed, il grafitista, adoro i suoi lavori di calligrafia.
La mia visita si è conclusa. Mi chiamano un taxi. Mentre sto salendo, guardo i miei piedi nei sandali Rossetti, non c’è traccia di polvere. Rifletto: tutto è davvero cambiato ad Alserkal Avenue.